di Gianni Verdiglione
Durante l’alluvione del 1951 Pietro Piroso “do zoppu e Ciccasanta” riuscì a salvare dalle case che stavano crollando, nella zona Murehru del paese (sotto vico Siena), le asine di famiglia.
Prima salvò la sua, poi quella di un suo caro zio, già rifugiatosi arhi Pezzi.
La “ciuccia” dello zio stava rischiando di finire sotterrata sotto il crollo della stalla ed era spaventatissima. All’arrivo di Pietro era sconvolta e non voleva uscire dalla sua stalla, mentre fuori crollavano le abitazioni del rione San Gianni.
Pietro si fece coraggio e riuscì a tirarla fuori e metterla in salvo, portandola … arhu chjanu ‘e Don Stefanu. Poi si diresse in via degli Ebrei (cambiata dai fascisti in Via Corsica), arhu gafiu de’ Caporala e quando la “ciuccia” dello zio si re-incontrò con la sua, si “abbracciarono” collo e collo piangendo dalla forte emozione. Anche Pietro pianse e si emozionò tanto! Anzi, pianse tutto il paese appena finì di piovere.
Oggi che siamo, invece, al transumanesimo spinto…le persone non solo non si abbracciano ed emozionano più…ma neanche si salutano.
Evviva la grande Umanità dei piccoli paesi, delle ciucce e dei ciucci e delle piccole comunità locali.
Bar del Fosso, dal convegno tenutosi sul Fu Castello di Badolato, relatrice Viviana Ramses Villagomez Delgado, avevo dimenticato di rendervi partecipi di alcuni particolari emersi.
I ritrovamenti archeologici sono stati depredati non da tombaroli, ma dai proprietari del sito, che nella loro ignoranza hanno regalato a qualche collega nobile e di cultura.
A Badolato “siamo di famiglia nobile e di parentela stupida”. Confermo quello che sosteneva la relatrice sulla scomparsa di tantissimi oggetti di valore storico, questa tesi viene avvallata dal racconto della popolazione antica, ascoltata da me medesimo (tipo banca).
I bambini di secoli fa venivano pagati per la raccolta in particolare di suppellettili, vasellame, ecc.



