di Francesco Stanizzi

Gli strappi di Mimmo Rotella rivelano le stratificazioni delle immagini come quelle del territorio: sotto il presente esiste la storia, sotto la storia esistono le vite.

Ha suscitato grande interesse, e non solo fra gli addetti ai lavori, la recensione critica del Prof. Vittorio Politano, Critico e teorico dell’immagine, Direttore emerito dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, alla rassegna “ARTratti – Tele in movimento” che ha caratterizzato cinque giornate di cultura a Cropani, grazie alla Proloco che ha promosso l’iniziativa. Politano ha titolato così il suo intervento “L’immagine che abita il luogo”. Ecco la sua lezione magistrale di cui si è data lettura all’inaugurazione: <<Autorità, magnifico rettore, rappresentanti delle istituzioni, artisti, gentili signore e signori – ha esordito il Direttore emerito dell’Accademia di Belle Arti – vi sono mostre che occupano uno spazio. E vi sono mostre che, invece, accadono in un luogo. La differenza non è soltanto terminologica. È una differenza profonda, perché uno spazio può accogliere un’opera e rimanerle indifferente; un luogo, invece, possiede una memoria, un’identità, una stratificazione di presenze. Un luogo trattiene il tempo. Ed è proprio da questa relazione fra opera, luogo e tempo che vorrei partire per comprendere il significato di ARTratti – Tele in movimento, evento di straordinario spessore culturale promosso dalla Proloco di Cropani autorevolmente presieduta da Angelo Grano. Il titolo stesso contiene un paradosso affascinante. La tela sembrerebbe appartenere, per sua natura, all’immobilità: è superficie, limite, perimetro. Eppure, nessuna autentica immagine è veramente immobile. L’immagine si muove. Si muove nel tempo. Si muove da una cultura all’altra. Cambia significato quando cambia il luogo nel quale viene osservata. E, soprattutto, si muove dentro colui che la guarda. Questa sera, dunque, non inauguriamo soltanto un’esposizione di opere a cura del prestigioso direttore artistico Luigi Verrino egli stesso artista. Inauguriamo una relazione: fra la contemporaneità dell’arte e la profondità storica di un territorio. E questo territorio non costituisce semplicemente lo scenario della mostra. Cropani entra nella mostra.
Vi entra – ha aggiunto il colto Direttore – attraverso le sue architetture, la propria storia, il paesaggio, la cultura materiale, i prodotti della terra e, soprattutto, attraverso la comunità che continua ad abitare questi luoghi. Non a caso la rassegna prevede anche l’apposizione di una targa a ricordo della prima donna laureata, Concetta Basile, la cui tesi sulle tradizioni popolari viene pubblicata postuma a cura del giornalista Luigi Stanizzi; e la presentazione del libro del presidente della proloco Angelino Grano sul compianto parroco di Cuturella don Raffaele Piccolo. Palazzo San Fili e il Convento e le altre strutture coinvolte non sono contenitori neutrali. Sono luoghi nei quali il tempo ha lasciato tracce. Le loro mura hanno conosciuto altre vite, altri silenzi, altri gesti. Collocare l’arte contemporanea all’interno di questi spazi, significa allora mettere il presente davanti alla memoria. Ma significa anche compiere l’operazione inversa: costringere la memoria a confrontarsi con il presente. Perché una cultura rimane viva non quando custodisce semplicemente ciò che ha ricevuto, ma quando trova il coraggio di reinterpretarlo. La tradizione non è immobilità. La tradizione autentica è una forma di trasmissione. E ogni trasmissione implica inevitabilmente una trasformazione. Questo progetto introduce poi un ulteriore elemento: il dialogo fra pittura, realtà aumentata, territorio ed esperienza sensoriale.
Potrebbero sembrare linguaggi lontani. In realtà appartengono tutti alla medesima avventura: quella attraverso cui l’uomo attribuisce significato alla materia. Il pittore trasforma pigmenti e superfici in immagine. L’architettura trasforma la materia in spazio abitabile. La tecnologia trasforma informazioni invisibili in esperienza. Il sapere agricolo e artigianale trasforma la terra in sapore. E dietro ciascuno di questi gesti esiste qualcosa che nessuna tecnologia può sostituire completamente: la memoria dell’uomo.
Anche un vino, un olio, un formaggio, un prodotto nato da una particolare terra possono essere considerati, in questo senso, piccoli archivi sensoriali.
Contengono un clima. Una geografia. Un sapere. Una storia di gesti ripetuti e tramandati. Una comunità. L’esperienza estetica può allora uscire dai confini tradizionali dell’opera per incontrare una dimensione più ampia, nella quale vedere, ascoltare, ricordare e assaporare tornano a essere parti di un’unica esperienza del mondo.
Ed è in questo orizzonte che assume particolare significato il richiamo a Mimmo Rotella. Rotella aveva compreso, con straordinario anticipo, che l’immagine contemporanea non abitava più soltanto dentro la cornice del quadro. Era scesa nelle strade.
Viveva sui muri, nei manifesti pubblicitari, nel cinema, nelle merci, nella comunicazione di massa.
Attraverso il décollage, strappando e sovrapponendo manifesti già consumati dalla città, Rotella non produceva semplicemente nuove immagini. Ne rivelava le stratificazioni.
Sotto un’immagine ne appariva un’altra. E sotto quella, un’altra ancora. È difficile immaginare una metafora più efficace per parlare anche di un territorio. Perché un territorio è un’immagine stratificata.
Sotto il presente esiste la storia.
Sotto la storia esistono le vite.
Dentro le architetture sopravvive la memoria dei gesti. Dentro il paesaggio continua il lunghissimo dialogo fra natura e cultura. E noi stessi siamo, consapevolmente o meno, uno degli strati di questa immagine. Per questo valorizzare un territorio non dovrebbe mai significare trasformarlo in una cartolina. La cartolina immobilizza.
La cultura rimette in movimento.
Ed è forse qui che ARTratti – Tele in movimento rivela la propria ambizione più interessante. La mostra suggerisce che il patrimonio non debba essere soltanto conservato, ma continuamente riattivato; che la tecnologia possa dialogare con la memoria senza necessariamente cancellarla; che l’arte possa incontrare la cultura materiale senza perdere la propria autonomia. E suggerisce soprattutto un’altra cosa.
Che la contemporaneità non appartiene esclusivamente alle grandi capitali dell’arte. La geografia della cultura non coincide necessariamente con la geografia dei grandi centri.
Un luogo diventa culturalmente centrale ogni volta che riesce a produrre una domanda autentica sul proprio tempo. Questa sera Cropani prova a farlo, mettendo in relazione ciò che apparentemente è distante:
l’antico e il contemporaneo, la pittura e la tecnologia, l’immagine e la materia, la memoria e l’innovazione,
l’opera e il territorio. Ed è precisamente in questa relazione che l’arte continua a dimostrare la propria necessità. Viviamo, infatti, in una civiltà che produce immagini in quantità senza precedenti. Le immagini ci raggiungono continuamente.
Appaiono, scorrono, vengono sostituite da altre immagini. Mai, probabilmente, l’umanità ha visto tanto. E tuttavia, proprio questa sovrabbondanza ci pone davanti a un interrogativo: siamo ancora capaci di guardare? Vedere e guardare non sono la stessa cosa. Vedere può essere immediato. Guardare richiede tempo. Richiede attenzione.
Talvolta richiede perfino silenzio.
Una mostra possiede oggi anche questa funzione, apparentemente semplice e invece quasi sovversiva: restituire durata allo sguardo. Per questo, entrando nelle sale, vorrei suggerire di sospendere almeno per qualche momento la domanda che più frequentemente rivolgiamo a un’opera d’arte: “Mi piace oppure non mi piace?” È una domanda legittima, naturalmente. Ma non è necessariamente la più importante.
Proviamo a sostituirla con un’altra:
“Che cosa sta accadendo al mio sguardo?” Che cosa quest’opera mi costringe a vedere? Che cosa rende visibile che, fino a un istante prima, non avevo osservato? Perché forse l’arte comincia veramente proprio lì.
Non quando conferma ciò che già sappiamo. Ma quando introduce una piccola frattura nelle nostre abitudini percettive. Quando rende estraneo ciò che credevamo familiare. Quando ci obbliga a vedere nuovamente il mondo. E allora il titolo di questa mostra acquista, forse, il suo significato più profondo. Le “Tele in movimento” non sono soltanto opere che attraversano luoghi, linguaggi e tecnologie. Il movimento decisivo avviene altrove. Avviene nell’incontro fra l’opera e chi la osserva. Perché, quando un’immagine riesce veramente a raggiungerci, non è più soltanto qualcosa che noi guardiamo. È qualcosa che modifica il nostro modo di guardare. E forse – ha concluso – è proprio questo, da sempre, il viaggio più misterioso dell’arte: non il movimento dell’immagine sulla parete, ma il suo movimento dentro di noi>>. Firmato: “Prof. Vittorio Politano
Critico e teorico dell’immagine, Direttore emerito dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, intervento redatto su cortese invito del giornalista Luigi Stanizzi, cui mi lega antica amicizia”. Tante le personalità che hanno donato il proprio prezioso contributo per l’ottima riuscita di ARTratti: il presidente della Proloco Angelo Grano, il direttore artistico Luigi Verrino, il sindaco di Cropani Raffaele Mercurio, il presidente della Banca Centro Calabria Credito Cooperativo Italiano dott. Giuseppe Spagnuolo, il principe Fulco Ruffo di Calabria, il parroco padre Francesco Critelli, il sindaco di Zagarise Domenico Gallelli, l’avvocato Fabrizia Castagna, Christian Capula innovation manager, gli artisti Giovanni Curto e Umberto Falvo, i dirigenti Proloco Luigi Aras, Luana Guzzetti e Tommaso Gualtieri, don Alfonso Velonà presiedente Ualsi, l’arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace mons. Claudio Maniago, il rettore dell’università Magna Grecia Giovanni Cuda, Elettra Delle Piane, Alessandro Pugliese, Francesca Stanizzi, il presidente del Consiglio comunale Paolo Colosimo, don Valentino Cubello, l’ingegnere Salvatore Caudarella, Giusy Attisani e Francesco Ferro, raffinati progettisti di ARTratti finanziato con risorse POC 2014/2020 – Az. 6.8.3, che hanno evidenziato la straordinaria campagna mediatica dedicata agli eventi; le guardie ambientali d’Italia Raimondo Gabrielli, Raffaele Borrello e Tommaso Borelli. Nel corso della manifestazione sono state esposte ed animate opere di Mimmo Rotella, Giorgio de Chirico, Renato Guttuso, Luigi Verrino, Giuliano Ottaviani e altri artisti di caratura internazionale. La preziosa recensione critica di Vittorio Politano, redatta per ARTratti, per una felice coincidenza culturale di date, diventa oggi una chiave di lettura interessante anche per l’attuale mostra monumentale dedicata a Mimmo Rotella al Complesso monumentale del San Giovanni di Catanzaro, a cura di Alberto Fiz, promossa dal Comune di Catanzaro e dalla Fondazione Mimmo Rotella, che resterà aperta fino al 7 gennaio 2027, da martedì a domenica, ore 10,30 – 13 e ore 17 – 20, ingresso gratuito.

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