di Salvatore Condito
Si potrebbe pensare che sia l’inizio di un racconto, in realtà è la vera storia di questa borgo abbarbicato sulla collina (paese in vendita negli anni Ottanta grazie ad una felice intuizione del giornalista Mimmo Lanciano che ha saputo creare un percorso artistico e umano verso i popoli oppressi dalla fame e dalle rivoluzioni).
Lo sbarco dei trecentotre Curdi che sbarcarono dalla Nave Ararat fu un evento non solo mediatico, ma rappresentò come la forza e la disperazione di un popolo possono portare a gesti estremi, sfidare il pericolo di un viaggio con un mezzo privo di ogni sicurezza, con intemperie e pericoli di ogni genere.
Oggi, grazie all’artista Gianni Verdiglione questo passato rivive nelle sue ‘opere provocatorie’ che si scagliano contro la coscienza perbenista dei popoli che sono sordi al grido di un terra distrutta come la Palestina: non esiste colore della pelle, né razza né religione, esiste il dramma del genocidio di esseri umani.
L’arte ha il compito di creare coscienza critica: Gianni, con il suo carattere indomito e ribelle ma fondamentalmente ‘buono’, ha saputo coniugare il concetto di ‘contaminazione’ insieme alla sua consorte Giovanna Sgambelluri recentemente scomparsa.
Nel marzo del 1997 gli artisti Giovanna Sgambelluri, Antonio Pujia Veneziano, Alfredo Granata, Gianni Verdiglione, Claudio Angione, Sabrina Marotta, Giannetto Muraca, il fotografo Cipparone, il poeta Luigi Bianco ed altri artisti, insieme all’associazione culturale La radice hanno raccolto le impronte dei 303 abitanti del borgo.
In un foglio, oltre alle impronte, hanno scritto contro lo spopolamento “Badolato non vuole morire”.
I fogli sono stati incapsulati in bottiglie poi buttate in mare.
Le bottiglie hanno raggiunto tutte le coste del Mediterraneo.
A fine dicembre si arena la nave Ararat nella spiaggia di Badolato, i migranti erano tutti di nazionalità Curda.
I migranti sono stati ospitati una parte al palazzetto dello sport di Soverato mentre i rimanenti 303 a Badolato borgo e vi lascio immaginare il nostro stupore.
L’opera vuole ricordare quel momento di ospitalità diffusa da tutti gli abitanti di Badolato, che si sono prodigare a rifocillare i migranti, offrendo coperte, cappotti e cibo.
Gianni nelle sue ultime performance ha evidenziato come le pietruzze raccolte sulla spiaggia dove si è arenata la Nave Ararat rappresentano un monito che la vita è preziosa. Poste sui gradini delle case rappresentano un monito alle coscienze assopite, prese da turbinio della vita. Il canto del Gallo rappresenta una voce che si innalza dalla terra della Palestina a cantare il tradimento dei popoli che hanno abbandonato una popolazione al genocidio.
Oggi Badolato è un “luogo parlante” non solo per le opere di Gianni, ma per la capacità che solo la fratellanza tra i popoli può fa nascere una civiltà dell’amore, come raccontata da papa Paolo VI: servono nuovi occhi per vedere il disagio e la disperazione nei volti dei nostri fratelli che in tante parti del mondo soffrono per povertà, fame e prevaricazioni.
Questi luoghi, la loro storia, i loro artisti hanno raccontato con semplicità che i cuori devono sciogliersi da pietra e tornare carne, in un abbraccio unico che la terra può essere vissuta in pace e armonia.



