di Salvatore Condito

Nel VII secolo, Papa Sergio I spostò la data delle ‘ferie in onore di Augusto’ (Feriae Augusti) celebrate in antichità il 1° agosto al giorno 15, per farla coincidere con l’Assunzione in cielo della Vergine Maria.

Una ricorrenza che si identifica con il desiderio sfrenato di festeggiare e godersi al massimo questa giornata di Ferragosto, quasi come un rito propiziatore di felicità e appagamento.

Osservando le strade, il mare e la montagna si osservano carovane di famiglie che ‘invadono’ ogni spazio: ristoranti al completo e ogni angolo pieno di gente.

Il quindici agosto è un rito al quale nessuno si vuole sottrarre, per cui occorre partire, spostarsi e non restare fermi.

Nelle famiglie si mescolano consuetudini e tradizioni gastronomiche: tavole imbandite con parenti e amici, scelte di luoghi adatti e mode da rincorrere.

Tanti piatti, salsicce, angurie, gelati, dolci: tutto per soddisfare ogni palato e ogni desiderio.

In una dimensione meno appariscente, per alcune persone questa festa diventa però ‘malinconia’: il ricordo dei genitori scomparsi, un passato di tradizioni e di semplicità dove forse i valori e gli affetti erano più forti e genuini.

Nella dimensione odierna, questa festa è diventata quasi una ‘danza tribale’: bisogna adeguarsi al sistema, stordirsi, dimenticare, non entrare in una realtà spirituale.

Il silenzio fa paura e questo comporta a volte atteggiamenti distruttivi: correre in tutti i sensi, gare automobilistiche, alcol e altre dinamiche spesso autolesioniste, che allontanano e dividono famiglie e figli.

Forse questa festa dovrebbe essere invece un’occasione di ‘ritorno’ alle proprie origini per riconciliarsi con se stessi.

La natura ci insegna, con i suoi silenzi, i tempi ciclici delle stagioni: serve fermarsi, tornare bambini per ri-vivere il proprio tempo perduto non come memoria ma come ‘occasione’ di ri-trovare la propria originalità e autenticità.

Questa festa dovrebbe essere una giornata di amore verso se stessi (ritrovare i propri affetti familiari, aiutando e ascoltando chi realmente soffre e vive solo), chiedere scusa alla natura troppo spesso violentata, usata e brutalizzata con i nostri comportamenti anomali.

Forse questa festa così edonistica potrebbe invece ‘trasformarsi’ in un’occasione di ri-nascita, attraverso semplici gesti.

Ognuno nel suo cuore e nella sua coscienza sa cosa gli manca, cosa potrebbe realmente fare.

La natura aspetta che l’uomo possa amare e apprezzare i luoghi in cui è nato e vissuto e dove ha costruito il suo spazio.

Serve creare un’armonia di convivenza e di rispetto civile.

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