Riceviamo e Pubblichiamo
Gentile direttore,
In merito alla notizia diffusa dalla vostra emittente televisiva il 16.01.2019, dal Titolo
“Assenteismo, indagati 20 medici e infermieri ASP Vibo”, è necessario ed opportuno fare alcune
doverose precisazioni.
È doveroso farle non solo per tutelare la dignità e l’onorabilità della mia assistita Maria Vellone, ma
anche per ripristinare la verità dei fatti con riferimento alla posizione di quest’ultima nella vicenda,
la cui condotta morale e materiale è stata descritta diversamente nei giornali da come invece emerge
consultando gli atti d’indagine.
Ritrovarsi coinvolti all’interno della medesima indagine non implica identità delle posizioni
processuali, non significa cioè che tutti hanno posto in essere le medesime condotte delittuose, non
legittima (come è accaduto) una testata giornalistica ad includere tutti indistintamente sotto gli
stessi titoli ed articoli di giornale, così facendo ingiustamente “di tutta l’erba un fascio”.
Sostanzialmente, l’indagine riguarda un fenomeno, come quello dell’assenteismo, estraneo ai
comportamenti della sig.ra Vellone. Accostare il nominativo di quest’ultima alle citate e sgradevoli
espressioni, non è stato ossequioso della giustizia, oltre che diffamante e non corrispondente al
vero.
Nella fattispecie, come evidenziato anche dalle videoriprese, non corrisponde al vero che la sig.ra
Vellone «abbia eluso la timbratura del cartellino uscendo per andare a pranzo o anche al
supermarket durante gli orari di lavoro, in alcuni casi durante le ore di straordinario», né che la
stessa «si trovasse al mercato invece che a lavoro».
L’attività investigativa svolta nei confronti della sig.ra Vellone, non si basa (come invece si legge
sui giornali) su un comportamento omissivo nella timbratura del badge.
La sig.ra Vellone è indagata per la presunta difformità dei dati di stampa del cartellino di lavoro, per
un totale di appena 2 ore. Si fa presente che la stessa, quanto a tali difformità, aveva già da tempo
contestato il cattivo funzionamento del sistema, sia ai propri superiori che alla ditta che si occupava
del software di gestione della contabilità oraria dei cartellini.
Vi è poi il dato, non meno importante, che non vi è nessun danno erariale in quanto, nelle quattro
giornate lavorative considerate, la dipendente comunque effettuava le nove ore di lavoro (il
contratto prevede 36 ore settimanali complessive e gestibili autonomamente). Inoltre, se si
considera il credito orario accumulato per consuetudine e zelo della stessa (persona ligia al dovere
ed al servizio), nel periodo oggetto di indagini la sig.ra Vellone vanta un “credito” lavorativo,
registrato ufficialmente, di ben 49 ore!
Ciò detto, sarebbe stato opportuno adoperare una netta distinzione tra gli effettivi destinatari dei
roboanti titoli che la vicenda ha suscitato e coloro i quali invece si ritrovino magari solo
marginalmente o per nulla coinvolti nella vicenda; ciò per non indurre in errore il telespettatori, per
non fare disinformazione, oltre che per avere un minimo di tatto che non guasterebbe in taluni
delicati casi. Anche perché gli ascoltatori, sono giudici spietati: essi, per giungere “a sentenza”,
ovvero farsi un’opinione definitiva su una persona, si basano su ciò che leggono nell’immediato; non
attendono di certo la definizione di un processo.
Tanto si doveva, dunque, per ristabilire, allo stato, la verità dei fatti, che si fonda sulle carte
processuali e non su generiche affermazioni in spregio ad ogni diritto ed alla dignità delle persone
coinvolte nella vicenda.
Avv. Fabio TINO


