di Salvatore Condito

Una domenica ad osservare e scrutare le bellezze di questo nostro territorio.

Opere pubbliche “sospese” nel vuoto in attesa di risorgere.

In questi anni, il cavalcavia che unisce la strada statale 106 a Copanello Lido risulta chiuso con sbarre e nastri.

Una vegetazione devastata e un degrado diffuso offrono un’immagine che cristallizza la realtà.

Il cavalcavia, costruito dalla Provincia di Catanzaro diversi anni addietro, ha rappresentato un’opera pubblica utile e lungimirante perché offriva l’opportunità di entrare direttamente nella zona balneare di Copanello di Stalettì.

Nel corso degli anni, il manto stradale, nella parte centrale, ha rivelato degli scostamenti che hanno obbligato la stessa Provincia a chiudere la strada.

Il Comune di Squillace si attivò per presentare una richiesta di finanziamento per la messa in sicurezza.

Ad oggi però, la cosa strana è che non si trova nessun cartello che attesti la riapertura della strada, con eventuali finanziamenti pubblici, per ridare dignità a questo angolo di paradiso.

Non è una polemica né un atto di accusa agli amministratori comunali, ma una riflessione comunitaria.

Nei paesi del nord Italia, quindi stessa nazione, quando si chiude una strada, un’opera pubblica, sistemano dei totem con indicazioni precise (finanziamento, progettisti, tempi di consegna, tutto automatico).

Nella nostra regione, invece, vige uno strano concetto di tutela del territorio.

Si vive di ‘emergenza’: ripulire le strade da erbacce e detriti diventa un’opera faraonica.

I sindaci e gli amministratori pubblici affermano che non hanno personale né soldi in cassa per effettuare tali opere di ordinaria gestione territoriale.

Qui, dalle nostre zone, tutto diventa una fatica, uno stress: ad ogni estate, assistiamo a litanie e servizi giornalistici che segnalano opere abbandonate e incompiute per la mancanza di sensibilità nel tutelare, almeno il minimo indispensabile, il nostro territorio dal degrado e dalla distruzione.

Osservavo come l’ANAS, in altre parti della nostra bella Italia, cura il verde degli svincoli, ma soprattutto i tanti comuni che non solo garantiscono una manutenzione ‘ordinaria’ ma pensano a migliorarsi e a guardare al futuro.

Qui da noi, il futuro si è fermato: credo che il problema sia sociologico, non si ha proprio il senso di appartenenza al territorio.

Tutto diventa ‘ingombrante’, faticoso, snervante, per cui ogni cosa, ogni situazione cade nel dimenticatoio.

E non ci si indegna nemmeno più, si vive in un quotidiano di consuetudini.

Una terra di lamento, per poi accontentarsi dei piccoli gesti per tenere il popolo ‘allegro’: convegni, sagre, tutto autocelebrativo, che non lascia segno sul territorio ma solo qualche piccolo guadagno individuale.

Non esiste ascolto e dialogo tra le parti: associazioni, cittadini e amministratori, ognuno va a ruota libera, passano gli anni, cambiano gli amministratori ma il territorio vive sempre di emergenza.

Ci vogliono occhi diversi, una sensibilità che sappia cercare il bello, un impegno a costruire e non a demolire.

Si aspetta che arrivi il nuovo, ma soprattutto si ‘attende’ che nasca una reazione e una indignazione.

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