di Danila Letizia
Non solitudine né solitarietà ma “solità” parola con cui Matteo Belli, per Domenica d’Incanto al Teatro Comunale, ha abilmente utilizzato denotazione e connotazione linguistica indicando quella condizione per cui gli esseri umani sono “soli” con l’auspicio che il termine possa indicare il plurale di sole, riferendosi alla natura umana e non a ciò che si immagina.
Il suo monologo dal titolo “Solità” è guidato da un percorso raffinato di riflessione su se stessi in quanto esseri umani ma espresso non soltanto utilizzando la descrizione di momenti in cui come recita Belli “siamo indivisibili da noi stessi” ma anche, facendo raffronto con la poca attenzione che si offre nella vita quotidiana a situazioni o oggetti e quindi all’Altro e alla poca capacità di empatia che spesso si riscontra nelle persone.
Spostandosi da un angolo all’altro del palcoscenico e facendo affidamento soltanto alla sua mirabile capacità di gestione dello spazio e della voce, in una pluralità di accenti regionali e finanche in lingua straniera (to be or not to be di Amleto), Matteo Belli ha impersonato una bottiglietta d’acqua di cui spesso sul tavolo del ristorante non viene curata, la bandierina del calcio d’angolo invisibile perfino quando si ottiene un goal dall’angolo, uno spermatozoo, quello vincente su milioni. Un fiore di cactus che spunta solo in un giorno, e altri personaggi volti a sottolineare l’importanza di essere luce nella propria individualità per sé e per gli altri.
Francesco Passafaro e tutta la compagnia di Teatro Incanto conosce Matteo da circa vent’anni e lo proposero in quell’appassionato tentativo ben riuscito, nel quartiere Sala, Parco dei Principi, di mettere in scena il loro sogno divenuto ormai realtà costruendo pezzo dopo pezzo il palcoscenico.
L’origine di “Solità” quando Belli scrisse «Io sono solo un uomo, un uomo solo, un solo uomo» è del il 21 febbraio 2020, poche ore prima che il mondo cambiasse improvvisamente. Da quel momento sono nati anni di appunti, riflessioni e osservazioni che hanno portato, nel maggio del 2023, alla scrittura di questo monologo.
Nato a Bologna nel 1964, si laurea in Lettere Moderne presso l’Università di Bologna nel 1988 e decide di coltivare la passione per le arti visive e teatrali seguendo un corso per regia cine-televisiva organizzato dal comune di Modena, con la direzione artistica di Nanni Moretti. Ha improntato la sua carriera sulla ricerca vocale nei suoi personaggi, con una produzione teatrale spesso da autore ed interprete solista, rivedendo in chiave ironica l’Inferno di Dante, alcuni monologhi medioevali e anche un omaggio a Walter Chiari intitolato “Le Guerre di Walter” e nel corso della sua carriera ha collaborato, tra gli altri, con Carlo Lucarelli nello spettacolo teatrale “Marzabotto“.
Ha tenuto un corso di tecnica vocale nell’attore presso l’Università di Bologna nel Corso di Alta Formazione in Vocologia Artistica. Il 2 agosto 2017 lavora come regista per Cantiere 2 Agosto (85 Storie per 85 Palcoscenici), opera scritta per dare voce alle vittime della strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980.
Lo stesso Matteo Belli sottolinea come il teatro non debba essere spiegato troppo nei programmi di sala: il suo senso, piuttosto, si rivela nell’incontro diretto tra attore e spettatore, nello spazio vivo del palcoscenico.



