di Gianpiero Taverniti

Scrivendo e leggendo anche altri autori, scrittori, giornalisti, si possono provare emozioni, ci si può specchiare negli scritti per esperienze di vita, non ci si isola nelle proprie convinzioni e linee di vita, tutto questo succede volendo intervistare (anche se non sono un giornalista), una scrittrice calabrese che risiede fuori dalla nostra regione, ma che nei suoi romanzi la cita e la erge teatro dei suoi scritti.

Il caso è quello di Teresa Chiodo, una scrittrice appassionata, è nata in Valtellina ma vive a Milano ed è mamma di quattro figli. Ha una grande passione, quella di scrivere romanzi e le sue origini calabresi la portano a ritornare spesso nella sua terra natia, dove di recente a Marcellinara nel catanzarese, ha presentato il suo ultimo romanzo.

Il titolo del suo ultimo lavoro, “L’altra metà della storia” descrive le vicende di una professionista settentrionale che per una missione professionale scende in Calabria per recuperare l’essenza e la fragranza del gelsomino e nei rapporti affettivi e professionali trova diverse sorprese e ricostruisce una parte della sua vita. Volendone sapere di più, abbiamo iniziato un dialogo che mi ha indotto a volerle chiedere qualcosa in più sul romanzo e sulla sua vita e calabresità.

Iniziamo, saranno sette domande, nell’intervista che Teresa ha risposto con sincerità e con stile.

1) Cosa l’ha spinta a scrivere L’altra metà della storia?

È cominciato con una domanda che mi rigirava nella testa: cosa accade quando scopri che la storia che hai sempre creduto tua non è esattamente come te l’hanno raccontata? È un momento in cui le certezze cedono e tutto deve essere riformulato: il passato, la realtà, la tua stessa identità. Scrivere questo libro è stato un modo per sanare quella frattura, per dare forma alla vertigine che si prova quando un ricordo, un odore, un dettaglio fuori posto ti obbligano a guardare tutto da un’altra prospettiva. Il fatto di avere dentro di me una doppia origine. Io sono nata a Sondrio, ma Marcellinara, il paese di mio padre, ha una forza evocativa che mi commuove ogni volta che ci torno. Di fatto è il luogo dove sarei nata e cresciuta se un grave lutto non avesse colpito la mia famiglia, costringendola a trasferirsi poco prima della mia nascita. Cosa che in parte viene raccontata nel romanzo.

2) La coralità del suo romanzo intreccia essenze di profumo e legami familiari. Secondo lei il valore della famiglia nel Sud oggi è come un tempo?

La famiglia nel Sud è ancora una radice profonda, un luogo che trattiene e accoglie. I tempi sono cambiati, i ritmi si sono fatti più frenetici, ma il tessuto emotivo resiste. È come un profumo che, pur cambiando nelle note iniziali, mantiene il fondo intatto: resta l’odore di casa, quello che riconosci anche dopo anni di lontananza. I racconti non vengono sempre detti a voce alta, ma si percepiscono nei gesti, negli sguardi, nei modi di fare, nei detti tramandati. La sua gente ha una riservatezza antica, fatta di rispetto, di pudore, di mistero. Eppure, sotto quella superficie quieta, si avverte una densità emotiva straordinaria: un mondo di storie taciute, di legami mai del tutto spiegati, di memorie che si affidano al passaparola o al caso.

3) Eleonora Farace, nel ritorno in Calabria, affronta diverse difficoltà. Esiste una coerenza con i tempi moderni nei rapporti interpersonali nella comunità calabrese?

Per Eleonora, L’altra metà della storia è anche un viaggio nella propria identità. Da profumiera razionale, scientifica, si apre via via a una dimensione più intuitiva e spirituale. I sogni, gli odori, le premonizioni, i segni: tutto sembra spingerla a completare un puzzle emotivo e genealogico. E quando arriva a intuire di essere molto più legata a quel luogo e a quelle persone di quanto pensasse, la “metà mancante” della sua storia personale si compone con delicatezza ma anche con forza. Ma il titolo vale anche per tutti i lettori. Spesso viviamo ancorati a una sola versione dei fatti, convinti che basti a spiegarci chi siamo. E invece scopriamo, talvolta con dolore, che la nostra identità ha bisogno di completarsi con ciò che era stato messo da parte. Scrivere questo libro è stato proprio questo: andare a cercare quell’altra metà, restituirle voce, dignità, presenza. Marcellinara è diventata non solo l’ambientazione, ma il vero centro magnetico della vicenda: un luogo che richiama, che trattiene, che obbliga chi vi torna a fare i conti con ciò che è stato taciuto. È il luogo in cui Eleonora, la protagonista, ritrova sé stessa non perché tutto le viene spiegato, ma perché impara ad ascoltare i vuoti, le omissioni, i profumi della memoria. Marcellinara è un posto dove il tempo sembra scorrere in un modo diverso, più lento, più denso. Un luogo che custodisce memorie, silenzi, gesti antichi. A Marcellinara nessun angolo di privacy può essere preservato per un tempo troppo lungo, ogni tentativo di nascondere qualcosa viene prontamente smascherato dagli occhi e dalle orecchie onniscienti che registrano anche il più piccolo degli accadimenti. Per me non è solo uno sfondo narrativo, ma un personaggio a tutti gli effetti, vivo e palpitante. In Calabria il presente cammina sempre accanto al passato. Le vere notizie passano ancora di bocca in bocca, al mercato, in strada, davanti a una tazzina di caffè. È una socialità che accoglie, ma che osserva tutto. A volte è un abbraccio, altre un’invasione a gamba tesa. La modernità non ha cancellato questo modo di essere, si è solo innestata su di esso.

4) Sei nata in Valtellina, vivi a Milano, ma hai origini calabresi. Cosa ti delude oggi di più della Calabria?

Mi dispiace vedere che una terra così ricca di bellezza, cultura e talento a volte sembri non credere fino in fondo alle proprie possibilità. È come un giardino che fiorisce per istinto, ma che con più cura e fiducia potrebbe diventare straordinario.

5) Il romanzo vuole anche lanciare un messaggio. Quale?

Che ogni vita ha una parte raccontata e una che resta in silenzio. E che per capire chi siamo davvero dobbiamo ascoltare anche ciò che è stato messo da parte, rimosso o dimenticato. Cercare quell’altra metà non è sempre indolore, ma è l’unico modo per comporre un ritratto completo di sé. Poi c’è anche una lettura di genere: l’altra metà è quella delle donne. Delle raccoglitrici di gelsomino, delle mogli dimenticate, delle zie silenziose, delle figlie mai nate. Sono voci marginali ma fondamentali, spesso relegate ai bordi della “storia grande”, eppure radicate nella terra e nel tempo. Il racconto delle mani femminili che raccolgono ottomila fiori all’alba, o che si tramandano i saperi dell’enfleurage, è un recupero prezioso di quella memoria.

6) Con L’altra metà della storia siamo al quarto romanzo. Ha già un nuovo progetto?

Le storie non le scegli: ti arrivano addosso. Altre sedimentano, altre ancora si impongono. So solo che quando è il momento giusto affiorano, le riconosco dall’odore.

7) In che misura sentimenti e passioni arricchiscono il suo romanzo?

Sono il respiro della storia. La trama è l’ossatura, ma senza emozioni resterebbe vuota. L’amore, la nostalgia, la perdita, la speranza: sono loro a dare peso alle parole, come le note di un profumo che rimangono nell’aria molto dopo che la scena si è chiusa.

Quando si cerca un percorso che ti porta serenità, felicità, orgoglio di poter compiere quella strada cercata, voluta e percorsa davanti tanti ostacoli, cerchi di percorrerla con amici, conoscenti che come te, utilizzano la scrittura, la cultura come “medicina sociale” per curare una sana crescita e da ogni incontro letterario o da qualche recensione che magari si può fare, s’impara sempre qualcosa e si carpiscono stati d’animo di nostri conterranei che da cosi lontano, rimangono fortemente legati alla nostra Calabria. Grazie di cuore Teresa Chiodo, per quanto esterni condividendo con tutti noi la leggerezza, la verità e gli stati d’animo che si avvertono nel tuo romanzo e nei personaggi che lo rendono vivo e avvolgente nella rilassante lettura, sotto l’ombrellone nelle spiagge bianche di Calabria, quello che è successo a me.

 

 

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