di Domenico Narda

Festa del Santo protettore a Montauro il 27 di luglio quest’anno, come tutti gli anni, con santa Messa celebrata dal parroco don Nicola Ieradi, processione e festeggiamenti di piazza, fuochi artificiali compresi.

Non sembra una grande notizia, considerato che in tutti paesi d’Italia c’è un santo patrono e una festa analoga, solitamente durante la bella stagione.

La particolarità di questo evento però è legata alle reliquie conservate con cura e rispetto nella nicchia che ospita la statua del santo, che oltre ad un osso della nuca, custodisce il sangue del martire, sangue che a volte si scioglie miracolosamente, esattamente come quello di San Gennaro a Napoli.

San Pantalone, oltre che filosofo e letterato era medico in Nicomedia (oggi Izmit in Turchia) ed è stato martirizzato al tempo di Diocleziano per la sua fede cristiana.

Le reliquie vengono esposte nella chiesa matrice per la venerazione dei fedeli, per otto giorni ed il 3 agosto con una funzione solenne vengono riposte nell’altare del santo.

Perché i montauresi hanno scelto un santo greco (Pantalemon il nome originale) come patrono? Probabilmente il culto è arrivato con i monaci basiliani all’inizio del secondo millennio mentre la reliquia del sangue che si scioglie è arrivata più tardi, il 27 luglio 1753 da Ravello ad opera del montaurese di illustre famiglia, don Carlo Barberi. Da quel momento gli abitanti del paesino jonico si sono legati al taumaturgo con una devozione profonda ed indissolubile ed anche dai paesi limitrofi è iniziato un pellegrinaggio originato proprio dal fenomeno miracoloso della liquefazione del sangue.

La festa, dal punto di vista religioso, è sempre molto suggestiva e coinvolgente, il rientro del santo dalla processione mentre mostra il volto alla folla, fra scrosci di applausi suono delle campane e spari di fuochi artificiali crea entusiasmo e commozione.

Non ci sono però i fasti di un tempo per le manifestazioni civili. Per le strade del paese lunghe file di bancarelle davano colore al borgo, zucchero filato e mandorle tostate spandevano odori irresistibili, i mastazzolari venivano da Soriano e i gelati si facevano in loco con la neve della Sila.

Oggi mancano i giochi di strada che facevano impazzire i bambini e gli adulti. Sulla “’ntinna” (l’albero della cuccagna) negli anni ‘50 il poeta dialettale Achille Curcio ha scritto così: “quandu eru zitedhu e arrivava la festa/do santu patronu San Pantaleuna/sentia pe la gioia rumbara la testa/e jjia svulazzandu pe ogni puntuna/ a sira nu grupu facianu ma fundu/e dudici omini azavunu ‘nchiazza/nu travu assai longu nu travu rotundu/ nto grupu ‘ncugnatu a botta de mazza”.

Era la preparazione nella piazza centrale del paese di questa trave poi caricata “di ogni ben di Dio” e pronta per l’assalto dei partecipanti.

Ma la festa fra risate e divertimento nascondeva anche il lato triste della comunità e viene ancora una volta ben descritto dal poeta :”’nte chidhu ribedhu a ‘ntinna ‘ncignava/a prova mu sagghia facia prima Chignu”/ma dopu du metri stancatu calava./Nessunu penzava ca Chignu sbattia/m’arriva u pigghia a rrobba ‘npenduta/non tanto pe jocu la cosa facia/ma sulu pe fama…pe fama patuta…”.

Mancano oggi i grandi nomi della musica leggera, ma quello che non manca è la devozione e la folla oceanica che accompagna ogni spostamento del Santo per le vie del paese.

Insomma, da quel punto di vista dopo 300 anni nulla è cambiato e si attende ogni anno alla stessa data con trepidazione che si rinnovi il miracolo dello scioglimento del sangue. Si può credere o no al miracolo ma questo appuntamento estivo per i montauresi è sacro.

 

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