di Salvatore Condito
Telefoni e ogni altro strumento diventano veicoli per restare in continuo contatto con la notizia, che sia informazione, gossip o pettegolezzo, tutto questo provoca ansia per l’esposizione del nostro cervello a continue sollecitazioni o informazioni che spesso si riducono a spazzatura.
Sul piano emotivo assistiamo a vere e proprie forme di ‘anestetizzazioni affettive’, il continuo bisogno di legarsi ai social produce negli individui vere e proprie forme di ‘stress’, tutto questo, soprattutto nelle nuove generazioni, sta producendo fenomeni di isolamento sociale e paura dell’altro.
La comunicazione, nella sua regola elementare ‘fonte e ricevente’, prevede la decodificazione del messaggio primario.
L’informazione che parte e arriva, quasi sempre, viene filtrata dai recettori, in funzione del proprio ‘status’ di personalità o cultura acquisita.
In questo continuo flusso e circuito spesso la fonte di notizia viene alterata, edulcorata, producendo confusione nella massa che la riceve, mancando spesso di capacità di elaborazione, confronto e verifica della fonte.
Viviamo nel ‘Villaggio globale’, dove ogni individuo cerca di acquisire informazioni proporzionate al suo stile di vita, per cui spesso si creano mode e correnti.
In un continuo flusso di notizie quotidiane veicolate (giornali, Tv, social, piattaforme) gli individui vivono uno stato di tensione emotiva sul loro futuro, influenzando la loro quotidianità.
Tutto questo porta non solo ad uno stadio di stordimento ma diventa quasi una forma di isolamento per persone che vivono fragilità emotive.
Tutti vogliono comunicare, ma sul piano della forma e del contenuto assistiamo a veri e propri paradossi e sabotaggi, mi riferisco alla mancanza di linearità tra fonte e soggetto che riceve l’informazione.
Tanti potrebbero essere gli esempi: i luoghi di lavoro, vere e proprie trincee, dove si assiste ad una subalternità imperante tra dipendente e superiore, ad una mancanza di empatia di verifica quotidiana degli obiettivi, ad una totale assenza di confronto e dialogo sul piano dei problemi, con una conclusione dei procedimenti senza pareri e opinioni.
Il dramma dei processi comunicativi ricade nella mancanza di ‘interesse’ reale sulla persona portatrice di una informazione che potrebbe creare veri e propri terremoti di posizioni e privilegi: spesso le persone non reagiscono a stimoli o proposte di miglioramento delle condizioni sociali, perché vivono in un compromesso mentale.
Pirandello parlava di ‘maschere’, oggi si dovrebbe parlare di costruzioni e impalcature di persone che vivono di facciate, di paura, di perdita del proprio costruito, che spesso è frutto di ricatti, compromessi e status falsi e finti.
Gli individui corrono tutti verso una meta finale: soldi, posizione e potere e per raggiungerla si distrugge ogni forma di dialogo vero e autentico tra le persone.
Tutto questo provoca ferite e distruzioni ad ogni livello.
La società rispecchia spesso i comportamenti di chi detiene il potere che lo usa per soddisfare il proprio bisogno ‘distruttivo’ di primeggiare e nutrire la propria ferita narcisistica.
Mancanza di autostima e riconoscimento del proprio limite portano gli individui a creare circuiti di ricatti e soggiogamenti, tenendo spesso le comunità a vivere alla giornata.
Servono nuovi strumenti in cui ogni individuo deve liberarsi delle proprie maschere e strutture costruite dagli altri, tornare ad una originalità delle emozioni: serve silenzio e umiltà nel riconoscersi fragili e bisognosi dell’altro come reale fratello o sorella.
Il silenzio, comunque, diventa il vero strumento per capire realmente gli altri, questo spazio diventa essenziale per disintossicarsi dai rapporti tossici e manipolativi, ma soprattutto per capire la vera identità di chi ci circonda.


