Abbiamo trascorso una settimana in cui il tema centrale sui giornali, nei media, fra le forze politiche e forse in parte nell’atttenzione dell’opinione pubblica è stato il Manifesto di Ventotene.
A partire dal discorso di Giorgia Meloni in cui ci ha comunicato che quella del Manifesto non è la “sua” Europa lo stupore non sta nel contenuto del suo discorso ma nel fatto che molti si sono stupiti perché la presidente del consiglio non si è identificata in Spinelli, Rossi, Colorni, Ursula e Ada.
I più hanno in qualche modo e forse inconsapevolmente preso le distanze dal contenuto del Manifesto e c’è stato anche chi fra i ranghi della attuale opposizione ha detto che una parte di quel testo “non è condivisibile” e c’è stato chi ci ha fornito una sorprendente e immaginaria lettura delle sue origini, della sua storia e della storia dei suoi protagonisti.
La parola più usata è stata “contestualizzazione” e cioè l’idea che il Manifesto debba essere di nuovo richiuso negli archivi della storia nel 1941 da dove è stato fatto uscire il 15 marzo 2025.
Se gli improvvisati esegeti, gli studiosi, i politici e – perché no? – I giovani rileggessero o leggessero le analisi e il messaggio politico di quel Manifesto “contestualizzandolo” nel mondo spaventoso di oggi si renderebbero probabilmente conto della sua drammatica attualità e delle ragioni profonde che dovrebbero spingerci a riappropriarsi di quel messaggio e di quel Manifesto.

Pier Virgilio Dastoli

 

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