Termina il primo grado di giudizio del processo Time out. E si chiude con una serie di condanne per alcuni dei dipendenti del Comune di Pedace accusati di assenteismo. Sono stati condannati dal collegio giudicante Gianfranco Faraca (1 anno e 6 mesi), Gabriele Nicoletti (1 anno e 4 mesi), Licia Dora Scarcelli (1 anno e 6 mesi), Gina Piraine (1 anno e 6 mesi), Liliana Talarico (1 anno e 4 mesi), Salvatore Manieri (1 anno, 2 mesi e 15 giorni), Valentina Faraca (1 anno, 3 mesi e 15 giorni), Luigina Curcio (1 anno e 6 mesi), Mario Oliverio (1 anno, un mese e 25 giorni) e Costantino Basile (1 anno e 6 mesi). Gli stessi sono stati condannati al risarcimento danni nei confronti del Comune di Pedace – che si è costituito come parte civile – e saranno interdetti dai pubblici uffici per un periodo pari all’entità della pena comminata.
Assolti perché il fatto non sussiste: Francesco Zagotta, Vincenzo Greco, Antonietta Lucanto, Ernesto Murrieri, Franca Nicoletti, Teresa Celestino e Dino Mario Altomare (difeso dall’avvocato Pasquale Marzocchi).
Il pubblico ministero Giuseppe Cozzolino aveva chiesto tra i sette e gli undici mesi di reclusione a vario titolo al collegio presieduto dal giudice Enrico Di Dedda. Una lunga requisitoria, quella del pm, che ha elencato i fatti e i capi di imputazione nei confronti degli imputati e che si è poi allargata alla difesa degli avvocati.
L’inchiesta scaturita dopo le indagini del 2012 riguarda alcuni dipendenti del Comune di Pedace, nella provincia di Cosenza, accusati a vario titolo di truffa aggravata perché assenteisti. Tra gli indagati dipendenti assunti a tempo indeterminato, Lsu e ausiliari del traffico.
Nelle indagini eseguite dalle forze dell’ordine sono stati monitorati i comportamenti dei dipendenti comunali, rei di aver abbandonato il proprio posto di lavoro per dedicarsi ad altre attività. Secondo la ricostruzione fatta dall’accusa la macchinetta segna tempo, veniva utilizzata dai dipendenti, che si organizzavano utilizzando la macchina marcatempo per conto di altri colleghi. Le lamentele e il malcontento tra i cittadini sono state, all’epoca dei fatti, il campanello di allarme per l’intervento delle forze dell’ordine.
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