di Domenico Narda
In articoli precedenti abbiamo descritto la situazione critica dell’habitat marino della ZPS denominata fondali di Stalettì, ripromettendoci di approfondire l’argomento e relazionare sulla perduta biodiversità. Nel corso degli ultimi cinque anni molti degli organismi marini sono scomparsi da questa importante biocenosi ed è fondamentale chiedersi perché, in modo da evitare gli stessi errori e trovare soluzioni per proteggere quanto è rimasto di questo ecosistema, unico in tutta la costa jonica della Calabria. Ma vediamo in dettaglio quello che è successo cominciando dalla flora, che attraverso la fotosintesi si pone alla base della catena alimentare e diventa essenziale per l’organizzazione e lo sviluppo degli ambienti bentonici. L’ulva Lactuca (lattuga di mare) che un tempo ricopriva gli scogli, non solo del SIC ma di tutti i fondali del golfo di Squillace, è sparita da molti anni ed al suo posto sono rimaste le pietre nude ricoperte da una sostanza limacciosa. Ci sono invece tracce qua e la di Udiotea Petiolata (Ventaglio di mare), di Halimeda Tuna (Fico d’india marino) e Codium bursa (Palla di mare), per quanto riguarda le alghe verdi. Se la passano un po’ meglio, ma senza esagerare, le alghe brune e rosse ad esempio la Cystoseria Mediterranea occupa ancora bene la fascia intertidale, la Corallina elongata (Corallina comune), la Peyssonnnelia squamaria (Rosa di mare), Dictyota Dichotoma (Nastro a forcella), incrostano qualche scoglio, mentre si è rarefatto Trichleocarpa fragilis (Bucatino di mare). Un analisi approfondita ed un confronto con esperti biologi marini, a loro volta in possesso di un database delle specie storiche di alghe presenti sul luogo, potrebbe darci un quadro più completo della situazione ambientale attuale.
Ma se la flora piange la fauna non ride, a partire dagli animali più semplici: le spugne. Chi ha frequentato e monitorato fra i sub della zona gli appartenenti al Phylum dei Poriferi, si è accorto che nel giro di appena 4 anni alcune specie sono sparite o in procinto di esserlo, e per altre il numero dei siti si è assottigliato al punto che si hanno difficoltà ad individuare ancora qualche esemplare. La Oscarella Lobularis (spugna blu) nei colori bianco, grigio, violaceo, verdastro, blu, intrecciava i suoi lobi carnosi creando dipinti tridimensionali in molte aree della zona di Copanello. Oggi per trovarli bisogna essere esperti sub. Stesso discorso per le Ircinia Variabilis di colore rosa, che adornava le rocce a pochi metri di profondità con i suoi osculi simili a dei vulcani in miniatura. Della Terpios Fugas, spugna blu incrostante è difficile trovare anche solo qualche macchia. Hemimycale Columella, nelle sue versioni rosa ed arancione, facilmente rintracciabile fino a quattro anni fa, ora se si è esperti e capaci di infilarsi fra le rocce a ad almeno tre metri di profondità si trova qualche raro esemplare. Phorbas Tenacior, Anchinoe azzurra, dai colori celeste, azzurro, violetto, con osculi leggermente rialzati, che ricamavano le rocce anche in prossimità della superficie, oggi assente ovunque nella scogliera. L’elenco potrebbe continuare per ancora altre pagine, ma credo si sia resa l’dea del disastro in corso. Le autorità preposte alla conservazione hanno intenzione di muoversi? Il modo migliore per salvare il salvabile è istituire un parco marino, ma non fra tre anni: ieri.



