CATANZARO – 21 OTTOBRE 2026. Gridare la propria innocenza e non essere ascoltati. Vedere la propria storia raccontata dagli altri, perdere gli affetti, aspettare per anni di tornare a essere riconosciuti come persone. È soprattutto su questa solitudine che si è soffermato il dibattito che sabato 17 ottobre ha accompagnato, al Cinema Teatro Comunale di Catanzaro, la proiezione di “Zustìssia”, il film di Francesco Piras con Michele Riondino e Fabrizio Ferracane dedicato alla vicenda di Beniamino Zuncheddu.

L’incontro, promosso insieme alla Camera Penale di Catanzaro “A. Cantàfora” e moderato dalla giornalista Maria Rita Galati, ha intrecciato il dolore degli innocenti con le responsabilità della giustizia e dell’informazione. Un confronto voluto dal direttore artistico Francesco Passafaro per dare spazio, oltre lo schermo, alle domande sollevate dal film.

«Immaginiamo soltanto per un secondo di essere incolpati di un reato. Immaginiamo di provare a dire e a spiegare con tutte le nostre forze, di gridare la nostra innocenza e, giorno dopo giorno, di essere assolutamente inascoltati», ha esordito l’avvocato Silvia Raiola, responsabile dell’Osservatorio Giovani. «Penso che sia importante chiederci come ci sentiremmo e quanto riusciremmo a resistere».

Un invito a guardare ciò che accade dentro e intorno a una persona ingiustamente accusata: «È la solitudine di chi vede la propria storia raccontata dagli altri perché non ha più la forza di far sentire la propria voce. Ed è soprattutto la solitudine di chi aspetta con ansia il momento di tornare a essere visto come un essere umano e non più come un imputato». Riconoscere gli errori, ha sottolineato Raiola, significa chiedere alla giustizia di essere all’altezza del proprio compito: «Un’istituzione capace di mettersi in discussione non è più debole, ma è molto più credibile». Perché «dietro ogni errore giudiziario, purtroppo, c’è una vita che non sarà più la stessa».

L’avvocato Danilo Iannello, responsabile della Scuola territoriale di formazione, ha richiamato il valore educativo di storie che riguardano tutti: «Credo che film come questo abbiano una funzione pedagogica prima ancora che di intrattenimento». Temi che dovrebbero entrare nelle scuole e nella formazione dei cittadini, uscendo dal solo confronto fra addetti ai lavori.

Al centro del suo intervento, il rapporto fra informazione e processo: «Vi è un rischio concreto che la sovraesposizione mediatica di una vicenda possa operare una involontaria contaminazione delle vicende giudiziarie e dei relativi accertamenti. Non è detto che un testimone, quando riferisce qualcosa di non vero, stia volontariamente mentendo: può essere convinto di dire la verità perché il suo ricordo è stato alterato. È uno dei problemi della giustizia mediatica». Ma al tempo stesso, accanto al rischio del condizionamento, Iannello ha ricordato il contributo che l’attenzione della stampa può offrire per far emergere un’ingiustizia, come evidenziato nel caso Zuncheddu. Infine, ha sottolineato come una “possibile terapia” preventiva per arginare il più possibile i casi di errore giudiziario, possa essere rappresentata dal coltivare e alimentare la cultura della presunzione di innocenza. Principi quali il diritto di difesa, il contraddittorio e la regola dell’oltre ogni ragionevole dubbio non sono ostacoli alla giustizia: sono le garanzie che impediscono alla ricerca del colpevole di trasformarsi nella condanna di un innocente.

Infine, l’avvocato Francesco Iacopino, presidente della Camera Penale, ha riportato il confronto alle famiglie e alle separazioni provocate da un’accusa ingiusta: «Noi avvocati ascoltiamo i racconti di persone svegliate all’alba, nelle loro case, davanti ai figli, e condotte in carcere, separate dai propri affetti. Persone alle quali, a distanza di anni, viene riconosciuto che si è trattato di un errore. Ma quegli anni non vengono restituiti».

Da qui il richiamo alla presunzione di innocenza, troppo spesso sopraffatta dal clamore: «Basta l’arresto per emettere una sentenza sociale di condanna, senza appello». E la necessità di una coscienza civile capace di interrogarsi: «La sicurezza non si costruisce ritenendo infallibile la giustizia umana». Le garanzie, ha ribadito Iacopino, «sono gli strumenti attraverso i quali si tutela la libertà di ogni persona».

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