SAN LORENZO DEL VALLO Confermata anche in Cassazione la condanna all’ergastolo per Domenico Scarola e Francesco Salvatore Scorza, i due ragazzi accusati di avere ordito e messo in atto la tristemente nota strage di San Lorenzo del Vallo, nel corso della quale, il 16 febbraio del 2011, persero la vita Rosellina Indrieri e sua figlia Barbara. Anche la Suprema corte, dunque, ribadisce la bontà delle dichiarazioni di Silas De Marco, figlio e fratello delle due vittime, ferito gravemente ma sopravvissuto all’agguato degli uomini che fecero irruzione a volto coperto nella sua casa poco dopo le 8 di sera.

ANTEFATTO Alla base della strage di San Lorenzo del Vallo vi è un episodio avvenuto un mese prima. Il giovane Domenico Presta, figlio del boss di Roggiano, Franco Presta , venne ucciso il 17 gennaio 2011 con una calibro 22 da Aldo De Marco, un commerciante di Spezzano Albanese che da tempo aveva difficili rapporti di vicinato con i proprietari del negozio accanto, i figli del boss. Domenico e i suoi amici più volte, stando alle testimonianze del commerciante, lo avrebbero vessato. I rapporti si erano deteriorati a tal punto da indurre De Marco, in una occasione, a denunciare un’aggressione fisica subita dai ragazzotti. La lite finale avvenne il 17 gennaio 2011 e finì in maniera fatale per il giovane Presta, ucciso a colpi d’arma da fuoco. Dopo l’omicidio Domenico De Marco andò a costituirsi. All’epoca il boss di Roggiano era latitante: si nascondeva alla giustizia dal 2008. Ma il delitto del rampollo della cosca andava lavato col sangue. Con Domenico De Marco dietro le sbarre, la ferocia della vendetta si sarebbe diretta contro la famiglia di suo fratello Gaetano, seguendo il rispetto della liturgia criminale, che impose di far scorrere il sangue della vendetta alla scadenza del trigesimo dalla morte di Domenico Presta.

LA STRAGE Così, il 16 febbraio 2011, un commando armato entra in casa di Gaetano De Marco, a San Lorenzo del Vallo, sfondando la porta con due colpi di fucile e una pedata. Sono da poco passate le 20, nel soggiorno si trovavano Silas De Marco, Rosellina Indrieri e la giovane Barbara. I killer, a volto coperto, imprecano qualcosa in dialetto roggianese – come racconterà Silas – e aprono il fuoco armati di fucile, mitraglietta uzi e pistola calibro 45. Le donne cercano riparo, invano, sul quel balcone che diventerà una trappola mortale. Silas, testimonierà poi, davanti all’irruenza di quell’agguato improvviso, cerca di reagire alzando una sedia in aria, ma viene colpito, cade e, osserva tutto dal suo punto di vista accasciato. Gaetano De Marco, il capo famiglia, viene risparmiato: sta dormendo, ubriaco, in camera da letto. L’irruzione dura pochi minuti, i banditi prima di andare via sferrano alla nuca di Silas. Il giovane, ferito, si alza e va a svegliare il padre che non si era accorto di nulla ma che, una volta in piedi, in preda ai fumi dell’alcol e alla disperazione, metterà a soqquadro la scena del crimine trascinando in casa il corpo della moglie.
La sua ora scoccherà il 7 aprile 2011, quando verrà affiancato nella propria auto da due ignoti a bordo di una moto che aprono il fuoco contro di lui.

UNICO TESTIMONE Ferito, in ospedale Silas De Marco non proferisce verbo sugli assalitori. La sua testimonianza arriverà nell’estate del 2012, in coincidenza con la cattura del boss Franco Presta che la polizia trova rintanato in un appartamento di Arcavacata di Rende, zona università. Ma, come più volte ha sottolineato la difesa – costituita dagli avvocati Lucio Esbardo, Luca Acciardi, Franz Caruso e Sergio Rotundo – le versioni di Silas sono state tante e contrastanti. A partire anche da quella imprecazione nel dialetto di Roggiano, visto che i due imputati sono originari di San Lorenzo del Vallo. All’inizio, confidandosi con una zia, Silas avrebbe fatto il nome di Franco Presta. In seguito, davanti investigatori, ha giurato che si sarebbe trattato di Scorza e Scarola. Troppo labili, per la difesa, anche i riscontri riportati dalle indagini. Ma secondo i giudici, dal primo grado alla Cassazione, la testimonianza di Silas regge e i due giovani avrebbero agito per mettere in atto una vendetta privata per la morte dell’amico Domenico Presta. Le due condanne, inoltre, non sono gravate dalle modalità mafiose perché, secondoi giudici di primo e secondo grado, i due imputati non avrebbero agito per conto di alcuna ‘ndrina. Bisognerà ora attendere le motivazioni della Cassazione.

 

 

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